NewsReport

Percorso d’acquisto online: perché le persone diventano “brand advocates”

di Pier Luca Santoro

GlobalWebIndex ha pubblicato i risultati di un’indagine condotta a livello internazionale in 38 nazioni su poco meno di 100mila individui di età compresa tra 16 e 64 anni, tesa a investigare il percorso di acquisto online e le motivazioni che inducono le persone a diventare “brand advocates”.

Nel percorso di ricerca e di conoscenza di un brand, di un prodotto o di un servizio la search naturalmente resta la prima scelta delle persone: il 50% degli individui afferma di utilizzare questa modalità per conoscere meglio un’impresa, un ente o un’organizzazione. Sono però profonde le differenze generazionali: per il 47% di coloro che fanno parte della “Generazione Z”, coloro che sono nati dopo il 1996 (la definizione delle generazioni in questo report del Pew Research Center), sono i social media/network il primo riferimento in tal senso.

Per quanto riguarda la parte di scoperta, invece, se la giocano quasi alla pari motori di ricerca –essenzialmente Google – e gli annunci pubblicitari televisivi, rispettivamente al 36% e 35%. Ma anche in questo caso emergono significative differenze generazionali, con la “Generazione Z” per la quale gli ads online sono prevalenti rispetto alla pubblicità in TV. Le raccomandazioni di amici e conoscenti sui social sono invece l’aspetto più importante per i “Millennials”, coloro che sono nati tra il 1981 e il 1996. Annunci stampa e Tv sono i più rilevanti per i “Baby Boomers”, coloro nati tra il 1945 e il 1964.

Quando si giunge poi all’acquisto, oltre alle facilitazioni, quali sconti e consegna gratuita (se si tratta di un acquisto online), la maggior influenza è esercitata dalle recensioni online delle persone. Nonostante la forte crescita, come sappiamo, del mobile, gli acquisti da desktop restano ancora prevalenti.

Se sono dunque questi i principali risultati dell’indagine per quanto riguarda il marketing funnel, ancor più interessanti le motivazioni che spingono le persone a diventare “brand advocates”, a supportare spontaneamente un marchio.

In questo caso la qualità del prodotto, o servizio, la fa da padrone come motivazione per le persone a parlar bene spontaneamente. Seguono le ricompense (come sconti o altri premi) e la rilevanza rispetto ai propri interessi.

Su queste dinamiche si innestano fattori qualitativi di “attitudine” da parte di un brand che possono fare la differenza. Se un’azienda migliora le conoscenze e competenze delle persone questo diviene il primo fattore che spinge le persone a supportare quel brand. Evidenza che dovrebbe spingere aziende, enti, organizzazioni, ad una comunicazione tesa in tal senso.

Anche il far sentire le persone dei consumatori di valore, verso i quali si dimostrano tutte le necessarie attenzioni resta naturalmente un elemento discriminante. A questo si aggiungono caratteristiche di prodotto, quale, per esempio, essere “eco-friendly”, ma anche “soft”, come aiutare le persone a semplificare la loro vita. Insomma, se vogliamo che le persone parlino bene di noi dobbiamo lavorare sia su aspetti “hard” che “soft”, ed è naturalmente la capacità di creare il giusto mix a fare la differenza.

L’infografica fornisce tutti i dettagli dell’indagine.

Vuoi saperne di più?

Possiamo aiutare il tuo brand a comunicare le storie più rilevanti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post comment