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Lupus in fabula: l’archetipo giusto fa viaggiare le vostre storie

di Marco Scurati

Il caso più clamoroso è Alexa: l’assistente virtuale ha una personalità ESFJ. È stata programmata così l’intelligenza artificiale di Amazon dagli ingegneri e linguisti computazionali del centro di sviluppo a Torino. Lo scrive Riccardo Staglianò sul numero 1689 de Il Venerdì di Repubblica, che indagando ha scoperto che si sono basati sulla classificazione di Myers-Briggs: tra 16 tipi di personalità disponibili hanno scelto il profilo ESFJ (socievole, affidabile, empatica e pratica). La conferma anche da una intervista del 2018 a Miriam Daniel, Amazon VP of Alexa and devices.

L’archetipo collegato a questo profilo è il “console”, cioè persone straordinariamente premurose, socievoli e benvolute, sempre pronte ad aiutare. A cosa ci riferiamo? Come riporta la Treccani l’archetipo è “nel pensiero dello psichiatra e psicologo svizzero C. G. Jung (1875-1961), l’immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, la quale riunisce le esperienze della specie umana e della vita animale che la precedette, costituendo gli elementi simbolici delle favole, delle leggende e dei sogni”. Non è del tutto scontato che Alexa venisse progettata basandosi su una scala di comportamenti umani ma, di fatto, con il suo archetipo entra nel racconto quotidiano della smart life.

Vi parliamo di questo perché è stato un piacere scoprire che anche gli ingegneri di Amazon lavorano usando l’indicatore di personalità di Myers-Briggs. Per noi dell’Agi Factory è uno strumento affidabile (non perfetto, ci mancherebbe) per impostare le nostre strategie di storytelling. Alla base del lavoro nella Factory infatti c’è la narrazione archetipica, perché lo scopo è esaltare il brand purpose per creare un’esperienza relazionale importante e duratura basata sulle emozioni. Quelle di un racconto con un protagonista il più possibile reale, coinvolgente e capace di indurre nell’immedesimazione.

Come scrive Robert McKee nel libro “Story” (Omero Editore) “una storia archetipica porta alla luce un’esperienza umana universale, per poi esprimerla nei termini di una specificità culturale unica nel suo genere”. L’esatto contrario di una storia stereotipata che quindi, ribaltando l’approccio dell’archetipo, si dimostra sempre povera a livello di forma e contenuto. 

Scegliere una personalità, un archetipo, per raccontare una storia è fondamentale. Allora come si sceglie quello più adatto alla narrazione di marca o a quella personale? Della classificazione Myers-Briggs con ben 16 archetipi ne abbiamo parlato prima; Margaret Mark e Carol Pearson nel libro “The Hero and the Outlaw” (McGraw-Hill) propongono una mappa con 12 archetipi ricavati dallo studio dei brand più rilevanti a livello mondiale basandosi sul modello junghiano.

Il nostro consiglio è quello di non scegliere l’archetipo nel quale si possano immedesimare il maggior numero di persone. Piuttosto trovate più archetipi in base al target delle vostre storie. E di non inventarsene di sana pianta. Per questo aiutiamo i brand nella fase strategica a cercare valori, bisogni, timori ed esperienze. Bisogna aprire la mente ai ricordi e il cuore alle emozioni, lasciare da parte le frasi pubblicitarie (spesso improntate allo stereotipo) e trovare il protagonista  – o i protagonisti – giusti per iniziare una nuova e originale avventura. Basata su fatti e non su sensazioni. Come diceva il sàvio Hans Christian Andersen, che di opere narrative se ne intendeva parecchio, “è con la realtà che vengono foggiate le nostre storie fantastiche”. Perché – diciamoci la verità – nessuno ha mai visto Cappuccetto Rosso portare a spasso il Lupo con una spider!

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