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Tutta la verità sui Big Data

di Pier Luca Santoro

“I dati sono il nuovo petrolio” è una frase che abbiamo sentito centinaia, forse migliaia di volte negli ultimi tempi. Se nella barra di ricerca si inserisce “i dati” è proprio questa frase che compare come primo dei suggerimenti di Google, che in 0.37 secondi restituisce poco meno di 6.4 milioni di risultati al riguardo.

La frase pare sia da attribuire ad Alec Ross, ex consigliere di Hillary Clinton per l’innovazione, considerato uno dei più grandi esperti di tecnologia al mondo. Comunque sia è diventata talmente di uso comune da lasciare intendere che il concetto non solo sia ampiamente diffuso, ma che altrettanto diffuso sia l’utilizzo dei big data da parte di imprese, enti, organizzazioni.

Al riguardo Eurostat ha pubblicato in questi giorni un aggiornamento con i dati a fine 2018 su digital economy e società, con focus sulle imprese, che contiene anche i dati sull’uso dei big data da parte delle aziende, con più di dieci dipendenti, nella UE28.

La media UE28, per le imprese con più di dieci addetti, delle aziende che utilizzano, per qualunque fine, i big data si attesta al 12%. Quindi poco più di un’azienda su dieci utilizza, qualunque sia lo scopo, i big data.

Naturalmente vi sono ampie differenze a seconda della dimensione aziendale, con le grandi imprese, quelle con più di 250 dipendenti, nelle quali l’utilizzo dei big data è appannaggio di esattamente un terzo delle aziende, mentre le piccole medie imprese, quelle con meno di 250 dipendenti, si attestano al 12%. Certo è che se anche due terzi delle grandi aziende non utilizza i big data, il gap fra la grammatica e la pratica, la distanza tra le buone pratiche e quanto poi avviene nella realtà quotidiana, è enorme.

Le tre nazioni che sono in cima alla classifica per utilizzo dei big data sono Malta [24%], Olanda [22%], e Belgio e Irlanda, a pari merito al 20%. L’Italia è 24esima su ventotto nazioni con solamente il 7% che utilizzano i big data, a pari merito con la Bulgaria.

Nelle grandi imprese, l’analisi dei big data viene eseguita principalmente dai propri dipendenti (nel 90% delle imprese che analizza i big data) piuttosto che da un fornitore di servizi esterni (75%). Tra le PMI, un numero leggermente maggiore di imprese si è affidato a fornitori di servizi esterni (42%) per analizzare i big data anziché i propri dipendenti (40%). Il segno che vi è, anche, un problema di competenze.

Nelle PMI l’uso dei dati di geolocalizzazione da dispositivi portatili e dati dai social media è prevalente, mentre le grandi imprese utilizzano per lo più dati provenienti da dispositivi intelligenti aziendali o sensori e altre fonti.

Le aziende che analizzano i big data utilizzano una varietà di fonti di dati. Quasi la metà delle imprese ha analizzato i dati di geolocalizzazione dall’uso di dispositivi portatili, ad esempio dispositivi portatili che utilizzano reti di telefonia mobile, connessioni wireless o GPS (49%), seguiti dai dati generati dai social media, ad esempio i social network (45%). Meno di un terzo delle imprese ha analizzato i propri big data da dispositivi intelligenti o sensori (29%) o dati da altre fonti (26%).

In Italia le aziende che utilizzano i big data dai sensori è il 3%, stabile rispetto al 2016. Stessa incidenza per quanto riguarda la geolocalizzazione e i social, a conferma di quanto scrivevamo non più tardi della scorsa settimana su l’utilizzo inadeguato dei social media/network. Un quadro davvero desolante.

Cantava Renato Carosone, nella sua celeberrima “Caravan Petrol”, «[…] hue’ si’ curiuso mentre scave stu pertuso scordatello nun e’ cosa cca’ ‘o ppetrolio nun ce sta […]». A stare alle evidenze di Eurostat pare davvero che potrebbe essere il jingle di molte, troppe, aziende, purtroppo.

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