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Come si comunica la musica nell’epoca delle playlist? Le case history dal K-Pop fino a Lodo Guenzi

di Gabriele Fazio

Oltre 260 milioni di visualizzazioni su YouTube, 101,1 milioni nelle prime 24 ore; oltre 12 milioni di stream su Spotify al debutto, record dai tempi di “Cardigan” di Taylor Swift, che si fermò poco dopo i 7, e oggi primato della classifica più prestigiosa del mondo, quella ufficiale della rivista statunitense specializzata Billboard. Con “Dynamite”, loro ultimo singolo, i sudcoreani BTS raggiungono ufficialmente la vetta del mercato discografico globale, scrivendo il loro nome accanto a quello di fenomeni socio-culturali di massa come i Beatles, che sono gli unici insieme a loro a superare il checkpoint del milione di dischi venduti al giro di boa del 2020. Quella dei BTS è la consacrazione ufficiale del K-Pop, declinazione della Popular Music in salsa sudcoreana, un approccio “tecnico”, pianificato, quasi plastificato alla musica.

I sette BTS (RM, Jin, Suga, J-Hope, Jimin, V e Jungkook) sono macchine perfette, risultato di un training severo da parte della Big Hit Entertainment, l’etichetta discografica che non ha soltanto reso il K-Pop quello che è, di fatto la musica con i numeri più alti degli ultimi due anni secondo il Global Music Report di Ifpi, la federazione mondiale delle major, ben oltre rap e pop americano ed europeo; ma che ha ormai indicato la strada a chi prima dominava il mercato, ha capito prima di tutti gli altri non qual è il prodotto da vendere, ma il luogo virtuale dove venderlo, ovvero naturalmente i social. Anche in questo senso i BTS rappresentano un esempio calzante, sono riusciti a creare una comunità tanto numerosa quanto intima, niente promozioni fini a se stesse, ma tante storie personali, quasi a voler far sentire ogni follower destinatario esclusivo di un messaggio preciso, senza mai apparire contraffatti, senza assumere mai atteggiamenti da star, che avrebbero tutti i numeri per permettersi. È grazie a questo che si è formato l’esercito degli ARMY, così come viene definita la fanbase della boyband, fortemente ramificata anche in Italia, acronimo di “Adorable Representative MC for Youth”. 

I BTS poi sdoganano ufficialmente e definitivamente il concetto di musica orientale, da sempre incastrato in stereotipi piuttosto anacronistici; tant’è che nel 2018 il Presidente della Corea del Sud gli ha conferito l’Ordine al Merito Culturale per aver collaborato alla diffusione della cultura coreana nel mondo, mentre nel 2020 sono stati insigniti del premio James A. Van Fleet per il contributo dato alla promozione dei rapporti tra Corea del Sud e Stati Uniti. Ancora oggi tutte le differenti ma equamente importanti declinazioni politiche della musica dei Beatles, di Elvis, di Michael Jackson, di Madonna, sono frutto di discussione, con i BTS, che vivono un’epoca chiaramente diversa e tecnicamente “open”, tutto appare immediatamente chiaro. Anche in questo senso, a questo punto della storia, il paragone con Take That, Backstreet Boys e OneDirection, gli ultimi e più clamorosi casi di boy band di successo, risulta un po’ forzato, un po’ perché è il mondo, non solo della musica, ad essere molto diverso, un po’ perché il prodotto venduto dai vari marchi lo è ancora di più: quelle boyband, forse anche ugualmente “impacchettate”, vendevano musica, il successo personale che poi ne derivava era solo una conseguenza enorme ma totalmente off topic dal business; i BTS vendono se stessi e la loro musica non è altro che un post atipico su un social differente, per questo le tematiche affrontate dai sette ragazzi sudcoreani nei testi delle loro canzoni sono così importanti e fonte di discussione, perché espressione in musica di un messaggio ben preciso, esattamente come avviene per post e stories. 

A differenza dei loro predecessori infatti, ma riportandoci alle atmosfere dei Beatles e del rap old school, il loro è un pop dalle tematiche “maleducate”, la società sudcoreana non è mai ossessivamente esaltata come potremmo immaginarci, anzi, come ha dichiarato lo stesso Suga “non è un album dei BTS se non c’è una traccia che contesta la società”, che è una società comunque, c’è da ricordarlo, ancora abbastanza conservatrice, cui PIL annuale, è stato calcolato, i BTS concorrono a rimpinguare indirettamente con oltre 5,5 trilioni di won. Per capire quale potrà essere il futuro dei Bangtan Boys (così sono anche chiamati e conosciuti) bisognerà aspettare del tempo, più interessante sarà monitorare l’andamento del K-Pop in generale, riconosciuto dal Time come “la maggiore esportazione della Corea del Sud”, capire se sarà inghiottito dalle fauci del tempo, come praticamente tutti i fenomeni della cultura pop, oppure se riuscirà a modellarsi e resistere. In Italia in questo senso siamo quasi alla preistoria, ma il dito non va puntato soltanto contro chi gestisce i propri profili social senza badare alle enormi potenzialità, senza alcuna lungimiranza nei confronti di un mezzo che rappresenterà certamente, ancor più di adesso qualora fosse possibile, il campo di gioco del mercato discografico, ma anche verso lo stesso pubblico italiano, che nella maggior parte dei casi ancora ignora di avere a che fare con l’intrattenimento del futuro, ben oltre i limiti immaginabili. 

Quando quei limiti vengono superati però l’effetto è tangibile, come nel caso di Mudimbi, un giovane rapper che per raccontare i motivi di un momentaneo abbandono delle scene ha affidato la sua pagina Instagram al fratello che ha interpretato con una serie di stories un nuovo Mudimbi, che in una settimana parte dall’umile emozione del debutto fino ad arrivare ad essere uno scontroso e maleducato ragazzo figlio del proprio successo. Una narrazione, un piccolo film, in tutto e per tutto, forse anche più intimo, che ha appassionato gli oltre 20mila follower della pagina e che è riuscito ad accendere i riflettori sull’uscita del singolo. Dopo. In quanto ad intimità poi, il maestro assoluto di Instagram è certamente Lodo Guenzi, uno dei fondatori della band Lo Stato Sociale, che utilizza il proprio account sui social come un diario al quale affida i propri pensieri, i propri ricordi, i propri monologhi interiori. Nessun accenno, mai, a nessuna nuova uscita de Lo Stato Sociale, zero promozione, eppure è certamente tra i più seguiti della scena pop italiana e Lo Stato Sociale di conseguenza. 

Viviamo l’epoca della musica gratis, le nostre playlist su Spotify tradotte in supporti fisici ci ridurrebbero sul lastrico, non sarà certo un annuncio sponsorizzato su un social a convincerci ad ascoltare una canzone, ma in futuro sarà tutta la narrazione di contorno, il seguire un profilo esattamente come seguiamo una serie-tv, e un brano non sarà che una puntata, un modo diverso di raccontarsi, complementare, alle volte perfino appendice, di tutto il resto dei contenuti reperibili su un profilo social. La fantascienza magari si aspettava un futuro in cui poter duettare in salotto con star ologrammate, riuscire a tirarle per la coda per portarle il più vicino possibile a noi, sono loro invece che ci tirano dentro le loro vite, che hanno bisogno dei nostri like, della nostra approvazione prima come esseri umani, poi come artisti; sono loro che ci inseguono, i nostri follower, i nostri stalker. Non sarà del tutto morale, non spingerà ad un ritorno veloce alla qualità, questo è sicuro e ce ne stiamo rendendo conto, ma sarà il futuro della musica e questo è praticamente certo.

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