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Una guerra che non è guerra, con eroi che non sono eroi

di Filippo Facco

Non ne possiamo più della pandemia, mal sopportiamo la quarantena. Siamo “evasi” dalle mura domestiche non appena ci è stato consentito. La Fase 2 ha segnato il “liberi tutti” anche se, ancora, non conosciamo quali saranno le reali conseguenze. Ci sentiamo i sopravvissuti di una guerra, costretti al coprifuoco e a sentimenti altalenanti: l’acquisto compulsivo sul web per svago o necessità, la bulimia di film e serie in streaming, le videocall per lavoro, per la scuola dei figli, per vedere/sentire parenti e amici lontani. Abbiamo provato l’ebbrezza del nuovo ma ci siamo subito disabituati. Quello che cerchiamo è la normalità. E mettiamo persino in dubbio l’emergenza per come è stata gestita finora.

Abbiamo reagito in maniera esagerata al virus? C’è davvero da aver paura per una seconda ondata di epidemia da Covid? In Germania, ma la cosa potrebbe benissimo valere in tante aree del nostro Paese dove il virus non ha colpito in maniera forte, c’è chi si chiede se il lockdown sia realmente necessario dal momento che gli ospedali non sono sotto stress come altrove. Perché l’economia non può ripartire? È la domanda che ci facciamo tutti. E i negozi chiusi? Christian Drosten, direttore dell’Istituto di Virologia presso il Charité Hospital di Berlino, lo chiama il “paradosso della prevenzione”. “C’è chi dice che abbiamo reagito in maniera esagerata ed esiste una pressione politica ed economica per tornare alla normalità”, spiega in un’intervista al Guardian.

Il precedente, ricorda Drosten, c’è stato con l’influenza suina. Sono passati soltanto 10 anni ma ce ne siamo già dimenticati. La pandemia durò 17 mesi, fece 18.500 morti in tutto il mondo, molti meno rispetto a quelli previsti prima che venissero adottate le misure di prevenzione consigliate dalla OMS. Eppure, da quel momento l’Organizzazione Mondiale della Sanità si ritrovò al centro di una campagna di accuse da parte di media e politici europei, che la incolpavano di aver esagerato l’allarme, provocando così danni enormi all’economia. Non siamo in guerra, ma è come se lo fossimo. Parliamo di lotta a un nemico invisibile, usiamo un linguaggio militaresco, viviamo in una situazione straordinaria che ci fa tornare alla mente l’ultimo conflitto bellico.

Questa “guerra” ci condiziona tutti, non come soldati ma come cittadini. Siamo tutti sotto le “bombe” come il Blitz su Londra del 1940 a opera della Luftwaffe. Lo pisichiatra John Thomson MacCurdy (lo cita Malcolm Gladwell nel suo libro “Davide e Golia. Perché i piccoli sono più forti dei grandi”) divide in tre gruppi la popolazione colpita da un bombardamento. Le persone uccise, i near misses, cioè le persone che l’hanno scampata per un soffio e remote misses, gli altri sopravvissuti. C’è chi è rimasto traumatizzato (i near misses), ma c’è una grossa fetta di popolazione che ha sopportato e vinto la paura anche più di una volta (i remote misses) e l’ha trasformata in euforia. Siamo noi. Vogliamo riaprire a tutti i costi. Vogliamo la nostra vita di prima.

Da sopravvissuti parliamo continuamente di guerra e di (super)eroi chiamati a combatterla. Viviamo la nostra euforia alterando il nostro senso di realtà. E sbagliando le parole. Smettiamo di dire che questa pandemia è una guerra scrive su Internazionale Annamaria Testa: operazioni di framing (una cornice nel linguaggio può cambiare radicalmente il senso di qualcosa) e metafore frettolose sortiscono soltanto l’effetto opposto. Dovremmo dire pandemia, pericolo, tragedia, tempesta; invece evochiamo soldati, battaglie, sacrifici. Certo, non mancano i punti di contatto tra guerra e malattia, specie nella dicotomia bene/male, ma è l’essenza che cambia e i valori di riferimento. Odio e sopravvivenza versus vicinanza e solidarietà.

Anche nella malattia c’è una forma di racconto che va per la maggiore. È davvero un eroe, un combattente, un guerriero chi ha un tumore, si chiedeva tempo fa Pierluigi Battista a proposito della leucemia di Mihajlovic? Parole di incoraggiamento come queste possono ferire chi non ce l’ha fatta. E rivelarsi totalmente inadeguate perché non è una volontà di ferro che sconfigge il male. Il malato, anzi, ne esce colpevolizzato per l’esito di una lotta che non dipende da lui. Che dire poi di medici, infermieri e personale sanitario impegnato in prima linea contro il virus? Li abbiamo ringraziati e celebrati come fossero eroi mentre facevano soltanto il loro lavoro. Che a differenza di altri mestieri consiste nel salvare vite. Hanno faticato, si sono sacrificati, ma non per questo hanno scelto di passare per qualcosa che non sono: un’eccezione. 

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