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Digitalizzazione, l’Italia rincorre ma scopre nuovi modelli di business

di Pier Luca Santoro

Digitalizzazione poco diffusa, basso stimolo trasmesso dal digitale alla produttività. È un’Italia penalizzata due volte, nel confronto con gli altri Paesi europei, quella che emerge da rapporto del CER (Centro Europa Ricerche) “L’economia italiana tra vincoli di bilancio e sfida digitale” presentato il 25 Luglio scorso.

La nostra Penisola, già fanalino di coda nella UE28 sia per quanto riguarda l’utilizzo dei big data che per l’uso dei social e di Internet da mobile, risulta però essere l’economia che sta accelerando di più nell’adozione delle nuove tecnologie digitali e ciò fa intravedere la possibilità di recuperare, almeno in parte, il gap con il resto del continente.

Particolarmente significativo è il sempre maggiore coinvolgimento dei privati nella produzione diretta di servizi in new business models con l’ausilio di intermediari digitali (su tutti valgano come riferimento Uber e Airbnb), la crescita delle piattaforme digitali che forniscono free services, l’ampliarsi della produzione own-consumption consentita dalla digitalizzazione (self-check in, self-service al supermercato, ecc.).

Con lo sviluppo dell’economia digitale la diffusione di modelli di business costruiti intorno all’offerta “gratuita” di un servizio o di un prodotto è aumentata drasticamente. È sufficiente pensare ai motori di ricerca, ai social network e, più in generale, a larga parte dei servizi offerti dalle principali piattaforme digitali.

I servizi offerti gratuitamente ai consumatori, peraltro, non sono né una novità né una specificità della rivoluzione digitale. Il settore dei media si è tradizionalmente caratterizzato per scambi non monetari tra l’attenzione dello spettatore e i contenuti delle televisioni in chiaro, ovvero tra l’attenzione del lettore e la free press. In entrambi i casi a metter mano al portafoglio è l’inserzionista pubblicitario, in cambio dell’attenzione dello spettatore/lettore.

Con le piattaforme digitali lo scambio si fa però più intrusivo: non più tra attenzione e servizio ma piuttosto tra dati personali e servizio. Il pagamento vero e proprio continua a vedere l’inserzionista pubblicitario come protagonista, ma risulta sempre più evidente che l’assenza di un prezzo nello scambio tra utente e piattaforma non implica anche l’assenza di un “pagamento”. Più che un pagamento, una sorta di baratto. Un baratto tra dati, informazioni o attenzione, da un lato, e un servizio dall’altro.

Da alcuni anni l’UE pubblica un Rapporto contenente le elaborazioni di un Indice Digitale dell’Economia e della Società (DESI), che costituisce un indicatore di sintesi sul livello di digitalizzazione di ciascun paese europeo. L’Indicatore copre cinque dimensioni: connettività, capitale umano, uso di Internet, integrazione di tecnologie digitali, servizi pubblici digitali.

Come mostra il grafico sotto riportato il valore mediano dell’Indicatore DESI, calcolato per singolo Paese sugli anni 2014-2019, l’Italia è al quint’ultimo posto, segnalando un elevato deficit di digitalizzazione sia per le imprese sia per le famiglie sia per le Amministrazioni Pubbliche.

Gli indicatori europei confermano come il nostro Paese abbia accumulato un considerevole ritardo nel passaggio al digitale, che solo recentemente sembra in via di recupero. La questione vera, tuttavia, è che la stima econometrica indica come dalla crescita della dotazione digitale non stia comunque corrispondendo alcun significativo impulso sulla produttività. Ci troveremmo quindi di fronte sia a un problema di dotazione di base, sia ad un vero e proprio svantaggio competitivo, determinato dalla presenza di un più debole legame, rispetto ad altre economie, fra innovazione digitale e produttività.

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