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Ispirare gli altri per una giusta causa: la mentalità infinita secondo Sinek

di Filippo Facco

Chi non vorrebbe sempre vincere ogni partita che gioca? In tutti gli sport – calcio, basket, pallavolo oppure negli scacchi – ci sono regole fisse e un esito certo. Vittoria o sconfitta. Ma possiamo dire lo stesso della vita o del business? In questi casi è sempre possibile proclamare un vincitore e, di conseguenza, un perdente? È possibile vincere una partita che non ha né regole né una fine? “Il gioco infinito” (Vallardi, 2019) secondo Simon Sinek è il grande match che ci vede in campo tutti i giorni, quello in cui siamo giocatori che possono solo scegliere come giocare.

Non inventa nulla Sinek, scrittore e saggista, che nei precedenti libri aveva mostrato il valore del “perché” come motore di tutte le nostre azioni e il ruolo cruciale dei leader nel creare un circolo virtuoso di sicurezza e fiducia. Questa volta per studiare le aziende e identificare la mentalità di successo si rifà alla teoria di James P. Carse: “Ci sono almeno due tipi di giochi. Uno potrebbe essere chiamato finito, l’altro infinito. Un gioco finito si gioca per vincerlo, un gioco infinito per continuare il gioco”.

Solo chi ha una visione infinita può prosperare in un universo in continua evoluzione. Sinek cerca di ribaltare la vecchia percezione del mondo: passione e sopravvivenza sono i veri motori dell’animo umano mentre innovazione, fiducia e una giusta causa possono rendere un business duraturo nel tempo. Gli esempi portati nel libro rendono bene l’idea. Perché gli Stati Uniti hanno perso la guerra in Vietam? “Gli americani combattevano per vincere, i nordvietnamiti per sopravvivere. I primi agivano come se il gioco fosse finito, i secondi giocavano con una mentalità infinita”.

E ancora, a proposito di resilienza delle aziende. Come reagì Victorinox, quella dei coltellini svizzeri, al post 11 settembre con i divieti sempre più stringenti per il traporto aereo? Si reinventò con nuove linee di accessori per i passeggeri e conservò tutti i posti di lavoro. Kodak invece? Dieci anni prima dei competitor giapponesi ebbe tra le mani un prototipo di macchina fotografica digitale e scelse, deliberatamente, di lasciarlo nel cassetto. Sappiamo tutti come poi è evoluto il mercato: per Kodak questo ha significato crisi e ristrutturazioni a non finire.

Preferire lo status quo e la crescita costante, avverte Sinek, è un segnale di atteggiamento “finito”. Anteporre la reputazione dell’azienda ai profitti, salvaguardare i dipendenti di fronte ai licenziamenti, costruire una relazione con il cliente prima di concludere una vendita sono, al contrario, atteggiamenti propri di una mentalità infinita. In questo senso l’autore è netto e sa di andare controcorrente, ma intende dimostrare anche la bontà di queste idee. Quando CVS Pharmacy, la seconda più grande catena di farmacie negli USA, decise di non vendere più sigarette nei suoi negozi il suo valore aumentò contro tutte le previsioni degli analisti.

Quella che nel breve termine poté sembrare una mossa azzardata, a lungo andare premiò anche gli azionisti. Gli stessi stakeholder verso i quali troppo spesso un’azienda è sbilanciata a discapito di dipendenti e clienti. Capita infatti che gli amministratori delegati ricorrano a tornate annuali di licenziamenti per soddisfare proiezioni arbitrarie e che tollerino ambienti di lavoro spietati e pratiche poco etiche, o addirittura disoneste, per raggiungere i propri obiettivi. Dimenticando che un’altra strada c’è: preoccuparsi meno di se stessi e più delle persone di cui sono responsabili.

Servono leader, scrive Sinek, per “costruire un mondo in cui la maggior parte di noi si svegli ispirato ogni singolo giorno, si senta bene sul posto di lavoro e a fine giornata ritorni a casa realizzato”. Persone che guardino non all’immediato ma alla prossima generazione e permettano alla propria organizzazione di mietere successi anche quando loro non ci saranno più. Una sfida epocale, che ci riguarda da vicino e non può lasciare indifferenti. A partire dalla lettura di questo libro che apre lo sguardo sul binomio “finito-infinito” a tutti gli ambiti della vita.

Come per esempio rivedendo il film “Moneyball”, tratto dalla storia (vera) della squadra di baseball degli Oakland Athletics. Il manager Billy Beane (Brad Pitt) è stufo di essere considerato un fallito perché nel baseball viene ricordato solo chi vince, anche se ha disputato un’ottima stagione. Vorrebbe giocatori più forti, ma la società non può permetterseli. Allora con l’aiuto di un giovane economista studia numeri e statistiche di giocatori (una tecnica chiamata sabermetrica) che altri club scartano: mette insieme una nuova squadra, litiga per far giocare i nuovi elementi e… vince.

Vince battendo persino il record di sempre di vittorie consecutive, ma poi ai playoff perde di nuovo. È arrabbiato e deluso. Eppure nel frattempo ha cambiato il baseball per sempre: i nuovi criteri sulla scelta dei giocatori ora vengono assunti con la sabermetrica anche dalle grandi squadre. Beane ha rivoluzionato il suo sport, anche se nel suo piccolo è rimasto a Oakland, rifiutando un’offerta economicamente molto vantaggiosa, per cercare la vittoria che gli manca. Sinek l’ha messo in conto: l’atteggiamento finito è comprensibilmente umano e può coesistere con quello infinito. Sta a noi decidere come giocare.

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