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New Glocal, next door: ecco la app più italiana degli italiani (fino a prova contraria)

di Giulio Rubinelli

Era ancora il tramonto del 2018 (un’eternità sembra trascorsa alla luce di questo lungo 2020) quando Luca Pierattini chiosava in un articolo apparso su GQ l’avvento in Italia della app Nextdoor:

“Secondo una ricerca condotta da Research Now, gli italiani possiedono un innato senso di comunità e attribuiscono grande importanza ai rapporti con i propri vicini. Il 67% della popolazione afferma di essere in buoni rapporti con i propri vicini, mentre il 22% sostiene che siano addirittura ottimi. E l’82% afferma di voler continuare a migliorare questi rapporti. “L’Italia è perfetta per Nextdoor e, non a caso, nel periodo di lancio abbiamo già raccolto 30mila iscritti e più di 350 quartieri registrati che si vanno ad aggiungere ai 200mila quartieri di Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Germania. Una partenza record per noi, che non avevamo mai riscontrato in nessun altro paese al mondo” dichiara Tolia” (Nirav Tolia, co-founder dell’app; NdR).

E quanto sono stati indispensabili – se non salvifici – i rapporti di buon vicinato, durante il lockdown? Il mondo ha osservato con ammirazione lo spirito di comunità esibito dagli italiani, che da marzo a maggio hanno colmato il vuoto lasciato nelle strade dalle direttive ministeriali, con canti, balli e musica dai balconi. Evidentemente la solidarietà di vicinato è passata dai cornicioni e dalle balaustre – analogica e offline.

Eppure uno strumento digitale come Nextdoor innegabilmente avrebbe risolto una serie di questioni non indifferenti, agevolando in certi casi il trascorrere delle lunghe giornate di quarantena. Ecco infatti come si presenta la bacheca digitale sul suo sito:

 “Nextdoor è la tua finestra sul quartiere con cui costruire connessioni fidate, scambiare informazioni utili, beni e servizi. Mettendo in comunicazione le persone con lo spazio che le circonda, crediamo che sia possibile dar vita a un mondo più gentile in cui ognuno possa avere dei vicini su cui fare affidamento”.

Un posizionamento non indifferente – in questo pazzo mondo digitale fatto di hate-speech – parlare di gentilezza e puntare sul sistema valoriale che la app si propone di andare ad integrare. «Più che un social network, siamo un’infrastruttura sociale. Oggi i social sono in declino perché non riescono a competere con le interazioni del mondo reale,» rivela Tolia nella medesima intervista a GQ.

Ma allora perché Nextdoor non ha attecchito sul tessuto sociale italiano nel primo semestre del 2020 – andando a colmare necessità specifiche del consumatore come hanno fatto Netflix e i social media? Si tratta soltanto di un’occasione persa? Che il senso comunitario degli italiani sia talmente radicato sui territori della penisola da non necessitare di revisioni digitali? Forse.

Oppure c’è di più.

Una possibile risposta ci arriva nell’immediato post-lockdown, quando George Floyd soffoca sotto il peso del ginocchio di Derek Chauvin e gli Stati Uniti si infiammano. In questo drammatico contesto, Nextapp viene tradita dai propri user che, contravvenendo alle linee guida della piattaforma (“Qui ogni utente è tuo vicino, trattalo con rispetto”; “sii d’aiuto, non offensivo”; ecc) iniziano a utilizzarla per proteggere la propria comunità dalle insurrezioni, ricorrendo a quello che in inglese viene definito racial profiling [«Il mantenimento dell’ordine è distorto da fattori razziali quando le forze dell’ordine considerano impropriamente la razza o l’etnia nel decidere come e contro quali soggetti agire» racialprofilinganalysis.neu.edu, ndR].

 Dal New York Times:

«The complaints about Nextdoor have come from across the country but have been loudest here in Oakland, where nearly a third of all households use the platform, according to the company. The city is 28 percent black, 26 percent white, 25 percent Latino and 17 percent Asian. » (“Website Meant to Connect Neighbors Hears Complaints of Racial Profiling”, NYT, May 18, 2016)

The Verge a giugno ha perfino pubblicato un longform [“Inside Nextdoor’s ‘Karen Problem’”, @kellymakena, ndR] in cui avverte che la comunità afroamerciana non si sente più tutelata dall’utilizzo che viene fatto della app, spesso trasformatasi in una piattaforma di denuncia di comportamenti anomali o sospetti.

E forse siamo arrivati al nocciolo della questione, ovvero che – forse – il buon vicinato in Italia, per rimanere tale, debba mantenere a una certa distanza; perché sì, certo, la app sarebbe ben servita per organizzare la spesa agli anziani del nostro palazzo, a gestire gli aggiornamenti sulle normative a livello regionale e territoriale, a tutelare i nostri vicini più vulnerabili da sedicenti operatori sanitari che volevano intrufolarsi nei loro appartamenti, eccetera eccetera; però forse – forse! – ciò che più si temeva in Italia era l’aspetto di controllo, di sorveglianza, in un paese che mal tollera di venire controllato e sorvegliato.

Infine c’è l’ultima opzione che ci siamo riservati per spiegare la mancata crescita del brand: e cioè che la app non sia stata correttamente comunicata, che è una possibilità – la prendiamo in considerazione per dovere di cronaca – il che sarebbe un peccato; un vero peccato.

Alla luce di queste considerazioni, noi Nextapp l’abbiamo scaricata e usata. Onestamente, timori culturali a parte, crediamo che possa essere una soluzione efficace – o quantomeno molto interessante – per ripensare la dimensione glocal che sappiamo guadagnerà terreno sempre di più nel periodo a venire.

Sempre dall’articolo di Pierattini su GQ:

«All’interno dell’app si possono fare domande, conoscersi, scambiarsi consigli e raccomandazioni, con la rassicurazione che i nostri messaggi saranno inviati soltanto a contatti verificati che abitano effettivamente nella tua zona. Qui non troverai l’anima gemella, i tuoi amici o i tuoi colleghi di lavoro, ma soltanto i tuoi vicini di casa a cui potrai chiedere una mano per cercare una babysitter o un idraulico di fiducia, farti aiutare a trovare un animale smarrito o organizzare un aperitivo per conoscervi meglio. Insomma, una specie di social network privato, e ristretto in base alla vicinanza geografica, che punta a risolvere i problemi di tutti i giorni. E come fa a verificare che tu abiti effettivamente in quella zona? Al momento dell’iscrizione ti chiede il tuo indirizzo di casa che puoi convalidare in due modi: o attraverso un numero di telefono (che l’app controllerà che sia della zona) o ricevendo un codice di riscatto direttamente nella casella di posta – ci vuole qualche giorno, ma arriva.»

Il 29 marzo, in un’intervista a Repubblica, Jeremy Rifkin è stato tranchant sulla necessità di ripensare il nostro modello di consumo.

«La globalizzazione così come l’abbiamo conosciuta è morta e sepolta. È ora di prendere decisamente confidenza con il termine glocal. […] Si tratta delle “bioregioni”, cioè aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione, dal punto di vista industriale, agricolo, culturale.»

La nostra idea di comunità, qui in Italia, non dovrebbe essere estranea ai ragionamenti di Rifkin. Che il primo passo sia proprio il buon vicinato? Nel 2015 usciva nelle sale “La teoria svedese dell’amore” (The Swedish Theory of Love”), del regista italo-svedese Erik Gandini. Il film comincia illustrando lo stato di solitudine in cui versano gli anziani nei paesi scandinavi, i cui corpi vengono ritrovati spesso intere settimane dopo il loro decesso.

Si tratta di un modello inconcepibile per noi e lo abbiamo visto con le generosissime manifestazioni di solidarietà attraverso tutto il paese durante i mesi di lockdown, con migliaia di giovani che si sono mobilitati, a proprio rischio, per fornire appoggio e conforto a tutti coloro che vivevano in stato di assoluta solitudine essendo, per di più, vittime primarie del virus. 

Di questo possiamo andare fieri.

Nextdoor sicuramente può rappresentare uno strumento integrativo alla nostra già generosa cultura comunitaria; con i giusti accorgimenti, per – forse – vivere il prossimo lockdown con un supporto digitale al servizio di un quartiere che può e deve sempre di più tornare a formare il cuore pulsante delle nostre vite.

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