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Non pensare all’elefante e trasforma la politica in realtà

di Silvia Sitari

Il Festival di Sanremo ha ormai monopolizzato l’opinione pubblica e i media sono già sintonizzati sui personaggi che tanto piacciono agli italiani, ma c’è ancora margine – fortunatamente – per approfondire il tema delle elezioni appena trascorse in Emilia-Romagna.

Come nostra abitudine, lo facciamo con analisti ed esperti di comunicazione politica che continuano a studiare gli esiti di queste recenti elezioni regionali per approfondire i diversi temi. E ci piace metterli a confronto in un “ring” di contenuti e punti di vista, a volte, anche divergenti. Ma quali sono i temi sui quali si disputa il confronto fra studiosi della materia e spin doctor? Il ruolo delle Sardine sull’esito delle elezioni in Emilia-Romagna, l’impatto della loro mobilitazione e, quindi, delle loro modalità comunicative per portare le persone in piazza; come funziona il “metodo Salvini” di comunicazione, conosciuto anche come la “Bestia”; cosa è successo al Movimento 5 Stelle, vero perdente di queste regionali; se il PD inizierà a trovare una comunicazione efficace per il suo progetto politico. A tutti questi quesiti rispondono Nicola Bonaccini, sociologo, esperto di comunicazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e cofondatore di Eidos Communications, e Lorenzo Pregliasco, cofondatore di  Quorum e YouTrend e docente alla Scuola di scienze politiche dell’Università di Bologna.

Lorenzo, sulla base dei dati di cui disponi, il ruolo delle Sardine per l’esito del voto in Emilia-Romagna è stato determinante?
Penso che l’impatto sia relativo alla mobilitazione, ovvero ha offerto all’area di Centrosinistra un’alternativa di mobilitazione a quella già messa in campo da Salvini per l’elettorato di Centrodestra. È stata un’operazione rischiosa perché rispondere alla nazionalizzazione e quindi al messaggio di Salvini con “la stessa moneta” era evidentemente un rischio. Lo scotto che ha pagato è proprio quell’aver scongelato, e attivato, una parte di elettorato che altrimenti non avrebbe avuto un “veicolo” intorno al quale unirsi. I partiti, da soli, avrebbero fatto più fatica a canalizzare la mobilitazione dell’elettorato. La polarizzazione di Salvini ha attivato una mobilitazione opposta e questo si è visto anche sulla risposta elettorale, più ampia, in quelle zone dove il Centrosinistra, per tradizione, ha più seguìto. Quindi le Sardine hanno fornito, in uscita, un “vettore” al Movimento 5 Stelle per convergere su Bonaccini. Detto questo, non sono state determinanti perché il distacco è stato di quasi 8 punti che non penso sia ascrivibile a loro.
Nicola, possiamo riconoscere alle Sardine il merito di aver “oscurato” la comunicazione di Salvini?
Il fenomeno Sardine ha sottolineato quello della polarizzazione, con Salvini che si impossessa di una campagna locale, come le elezioni regionali in Emilia-Romagna, per darne un significato nazionale e, quindi, decidendo lui di fare la campagna elettorale, la polarizza. Imposta tutto sul “o con me o contro di me”, approfittando di un suo trend positivo, nazionale, da usare contro un trend, locale, indubbiamente favorevole a Bonaccini. Tutti conosciamo il meccanismo di scelta nelle elezioni amministrative nostrane: quando devono valutare qualcuno per il proprio territorio, le persone lo scelgono perché lo conoscono, l’hanno visto, ci hanno parlato, ne riconoscono il lavoro. Per quelle nazionali, invece, scelgono il leader carismatico, visto in televisione, forte nel dibattito e non quello che si è intestato un progetto più o meno efficace e utile. Dunque, le Sardine sono nate come una sorta di anticorpo a una polarizzazione che il PD, nel suo DNA, non riusciva a reggere. Il loro valore è stato quello di risvegliare un po’ di indecisi, di delusi, di quelli che non vedevano nella proposta generale del PD un’offerta così attraente ma che, rendendosi conto che l’alternativa sarebbe stata la Bergonzoni, sono andati a votare. Infatti l’affluenza, questa volta, è più che raddoppiata.
Nicola, in cos’altro differiscono le Sardine dagli altri movimenti, oltre ad usare un linguaggio diverso da quello adottato dalla forza politica che vogliono sconfiggere?
Rispetto agli altri movimenti hanno semplicemente avuto un periodo di incubazione più lungo. Mentre, in passato, i Girotondi e gli altri movimenti nascevano in modo spontaneo intorno ad un certo gruppo, soprattutto intellettuale, che promuoveva un determinato modo di vedere le cose, le Sardine, invece, nascono dopo un anno e mezzo di uno stile di comunicazione molto aggressivo che ha fatto covare un certo malcontento all’interno di una parte della società civile. Io ricordo bene che questo movimento nasce per puro caso, sebbene si dica che dietro hanno Prodi e altre personalità simili…: la verità è che quando Matteo Salvini sceglie il PalaDozza di Bologna per inaugurare la campagna elettorale della Bergonzoni, da Twitter nasce un piccolo movimento spontaneo che dice: “…mentre lui è al PalaDozza noi dobbiamo riempire Piazza Maggiore come delle sardine…”, come a dire che la piazza dovesse essere talmente stipata di persone da sembrare sardine in una scatola. Da lì sono diventati il simbolo di rivincita contro un certo modello…
Twitter, eccoci arrivati ai social: Lorenzo, quanto sono stati importanti in queste elezioni regionali?
Sono ormai parte dell’ecosistema, sono luoghi in cui le persone, gli elettori così come in altri campi i consumatori, ricevono e organizzano le informazioni e, in base a queste così come ad altre “piazze”, formano, poi, le proprie opinioni e le proprie scelte. Dobbiamo considerarli non come un mondo a parte ma altri luoghi dai quali riceviamo informazioni e formiamo le nostre opinioni. E, nel caso dell’Emilia-Romagna, sono stati certamente molto importanti per entrambe le parti perché c’è stato un intervento massiccio di inserzioni targhettizzate su Facebook, con un investimento maggiore della Lega e di Salvini piuttosto che del Centrosinistra. E anche perché sono stati i luoghi in cui si sono sviluppati alcuni dei momenti chiave di questa campagna elettorale.
Tipo?
La stessa mobilitazione delle Sardine ha avuto, sia prima che dopo la manifestazione di metà novembre, una parte rilevante di propagazione e organizzazione, prevalentemente tramite Facebook. E il candidato di Centrosinistra Bonaccini ha molto utilizzato i social media per raccontarsi e raccontare il suo lavoro per il territorio. Riguardo al Centrodestra, molte delle azioni di Salvini, nel corso della campagna elettorale, sono state diffuse prevalentemente sui social. Anche se, nel caso di Salvini, la comunicazione è frutto di un’integrazione tra social, televisione e territorio.
Nicola, possiamo dire che quella delle Sardine sia quasi una rudimentale advocacy della società civile verso un messaggio, e un linguaggio, che non si tollera più?
Beh attenzione, perché tutte le volte che le persone si aggregano e diventano importanti fenomeni di massa, questa massa, poi, esprime dei sentimenti che spesso sono negativi come rabbia e ribellione alle difficoltà; certo non sempre lo sono, basta pensare ai movimenti pacifisti. Però, le masse, hanno poi bisogno di esprimere quelle emozioni, e come? Attraverso delle figure, quindi dei simboli, e delle figure carismatiche che, poi, sono i leader. Questo è il primo problema che stanno incontrando adesso le Sardine: la loro leadership è molto debole perché non hanno simboli ovvero non hanno né programma, punti di riferimento, valori. Le Sardine esistono in clima elettorale ma, dopo le elezioni, quali sono i motivi per andare in piazza? Dobbiamo pensare che le persone, quando si aggregano, adottano dei comportamenti che non sono quasi mai razionali ma, anzi, sono canalizzati verso l’emotività. Ma questa emotività deve trovare dei valori di riferimento e un leader in grado di condurla. Se non trova queste condizioni, un movimento che ha questa origine, è destinato a scemare.

Lorenzo, parliamo della comunicazione politica del leader della Lega, meglio conosciuta come “metodo Salvini” o “la Bestia”?
Distinguendo tra elezioni nazionali e regionali, si è visto che, sebbene tra alterne fortune e sbalzi, Salvini è riuscito a portare il suo partito dal 3% al 30% nel quadro nazionale. E questo è un fatto. Questo consenso è visibile anche nei dati dell’Emilia-Romagna, nonostante sia andata come è andata, e partendo da questi ultimi, si è visto meglio il metodo di lavoro con il quale Salvini ha costruito la sua crescita. In sostanza possiamo indicare tre elementi, usati anche in queste regionali: nel primo Matteo Salvini ha applicato il metodo del “TRT” ovvero dell’integrazione tra televisione, rete e territorio. Questa è l’architrave della comunicazione salviniana. Fare in modo che questi tre livelli di comunicazione, così diversi tra loro, siano presidiati tutti e tre con un costante rimando tra l’uno e l’altro, cosicché i social diventano anche la “documentazione” del fatto di essere sul territorio, e anche la modalità con cui vengono rilanciati gli interventi televisivi, sia pre sia post, con l’uso prevalente di Twitter; la televisione spesso dialoga con la dimensione territoriale e viceversa. Il secondo elemento, già citato, è quello della polarizzazione, che ha avuto un effetto “misto” ovvero ha portato il Centrodestra, in Emilia-Romagna, al massimo risultato di sempre con il 45% dei voti. Ma ha anche attivato una contromobilitazione da sinistra, come abbiamo ricordato prima. Proprio quest’ultimo, certo, ha portato l’effetto controproducente legato alla polarizzazione, quindi alle modalità di coinvolgimento delle community, il ”noi e loro” incentrato sui temi più affini alla Lega.

Lorenzo, è possibile fare una profilazione dell’elettore di questa Lega?
Nella Lega di oggi ci sono tante anime. Lo zoccolo duro pre-Salvini, l’elettore del centro destra e lavoratore autonomo, la casalinga, l’artigiano, la working class di sinistra impoverita, il fallimento del modello di integrazione con una forte quota di elettori che si sposta prima su M5S e poi sulla Lega. Nelle elezioni di questi ultimi anni abbiamo riscontrato questo terzo blocco specie nelle periferie delle grandi città di oggi.
Nicola, il Movimento 5 Stelle non esce affatto bene da queste elezioni regionali: cosa non ha funzionato nella loro comunicazione politica?
Il Movimento 5 Stelle, come anche il Partito Democratico e Forza Italia, in questo periodo temporale, che parte più o meno dall’inizio di questa legislatura, non hanno saputo trasmettere, tramite la comunicazione, un’immagine di coesione, di chiarezza nelle scelte. Se si vuole canalizzare il consenso bisogna saper creare il “letto del fiume” perché, altrimenti, “l’energia non scorre”. Abbiamo una Forza Italia silenziosa, sempre arroccata e nascosta dietro il pensiero ormai ridondante di Berlusconi; un PD che è in impasse, “sfrangiato” dalla perdita di Calenda e di Renzi con Italia Viva, che non ha preso posizioni chiare, e ben contrapposte, sulla questione migratoria e su quegli altri temi sui quali, invece, Salvini punta con molta energia: questo ha portato un disorientamento dell’elettorato. I 5 Stelle hanno pagato un prezzo alto proprio per questo disorientamento: prima alleati con Salvini, ora con il PD… non dimentichiamo che quest’ultimo è il PD di Bibbiano, criticato da Alessandro Di Battista! Ed è il “Pdmenoelle, che somigliava al PdL…”, di cui parlava Grillo: ovvio che l’attivista duro e puro dei 5 Stelle si disorienta. E ricordiamoci che il nutrito attuale gruppo di rappresentanza in Parlamento dei 5 Stelle, è stato ottenuto in un momento in cui i partiti tradizionali avevano perso la loro forza, e l’offerta dei 5 Stelle, “…turandosi il naso…” come diceva Montanelli, sembrava la meno peggio. Per cui un pezzo dell’elettorato moderato di sinistra del PD votò l’alternativa 5 Stelle. l problemi vengono fuori quando, appoggiando il Decreto Sicurezza, non si rispecchiano più certi valori della sinistra oppure quando, il Sud ha votato 5 Stelle con la promessa del reddito di cittadinanza, visto come un sussidio, e poi rivelatosi un vero meccanismo di welfare. I dati delle europee ci dicono, infatti, che il primo crollo dei 5 Stelle è avvenuto con il voto del Sud Italia.

Nicola, il PD, invece, avrà capito dopo queste regionali, che la politica deve tornare tra le persone?
Intanto, bisogna considerare che oggi le persone non le incontri più solo nelle piazze alla “Peppone e Don Camillo”! Oggi il territorio è la Rete. Non abbiamo più il tempo di seguire i fenomeni di massa andando in piazza, lo facciamo con una diretta Facebook e con altre modalità di aggregazione. Speriamo che il PD colga l’occasione e comprenda fino in fondo che la piazza virtuale è la piazza reale: lo hanno ben dimostrato le Sardine dando un motivo concreto per portare le persone in piazza. La sinistra, e non solo quella italiana, deve comprendere una cosa: nel merito dei temi ci vai quando governi, quando amministri, quando devi realizzare i progetti. Conquistare, o mantenere il consenso, invece, non è una questione di spiegazioni ma è una questione di identificazione. Nel momento in cui riesci a creare identificazione ottieni consenso. Anni fa uscì negli Stati Uniti un libro del sociologo George Lakoff, che si intitola “Non pensare all’elefante”, strumento di riferimento per gli spin doctor, nel quale consigliava ai democratici di non fare la battaglia “contro” i repubblicani impostando la loro politica e, quindi, la comunicazione in tal senso. Che è, poi, l’errore storico che ha fatto la sinistra italiana con Berlusconi. Se tu il nemico te lo crei nell’avversario politico, l’errore che fai è di promuoverlo. È stato bravo Bonaccini che, nel corso della campagna elettorale in Emilia-Romagna, ha fatto di tutto per riportare ogni cosa a livello regionale: non dialogava con Salvini, si rivolgeva alla Bergonzoni sottolineando che faceva la campagna elettorale da senatrice, e che quindi non sarebbe stata la presidente della Regione, evidenziando che il voto a lei non andava a Salvini. Spostando il focus, cambia la prospettiva. La sinistra si è sempre mossa con due modalità di comunicazione: spiegare le sue ragioni e fare la battaglia contro…Oggi apprendiamo messaggi e programmi tramite i social network che sono piattaforme iper-sbrigative nella comunicazione: se uno, sull’autobus, annoiato o stanco, sfogliando le notizie su Fb trova un video con il suo leader di riferimento che non dice qualcosa che cattura la sua emotività nei primi 15 secondi, passa a leggere altro. Salvini sa adattare la sua comunicazione in tv, in piazza e sui social, quelli del PD non amano questo format. Solo Matteo Renzi ha saputo interpretare, usando la comunicazione in materia semplice e diretta: dava uno slogan, un po’ di spiegazione, qualche punto di riferimento, riuscendo così, per un certo tempo, a canalizzare il consenso di molte persone.
Dopo queste elezioni regionali, Nicola, in termini di comunicazione politica, su cosa dovrebbero riflettere i nostri player politici?
La risposta è uguale per tutti: Sardine, PD e governo in generale. Solo Salvini, probabilmente, alcune cose già le fa, gli altri dovrebbero recuperare. Manca la storia, manca la visione, il “cosa faremo tra un anno”. Manca il progetto. Se tu vuoi che qualcuno aderisca ad un tuo progetto gli devi dire innanzitutto qual è. Il linguaggio viene dopo. Nel mio quotidiano lavorativo, prima di elaborare la strategia, chiedo sempre “…che mestiere facciamo noi?..che progetti abbiamo?” Da queste risposte, poi, attraverso la comunicazione, si definisce, si declina e si diffonde. Altrimenti, si pensa che la comunicazione faccia politica. E questo è un errore che stanno facendo i 5 Stelle, e anche Salvini, sebbene in forma minore. Quindi accade che, se tu usi la comunicazione come arma principale per fare politica, crei una moda. Se, invece, fai politica e usi la comunicazione per arrivare meglio alla gente, farti capire, creare un personaggio, rafforzare il carisma di un leader, allora ottieni quel consenso politico che funziona, altrimenti sei una moda, vai bene quando serve il “salvatore della patria”, poi inciamperai, e passerai di moda. E verrà fuori un altro che adotterà stesse modalità e stesso storytelling…Invece la comunicazione politica è il tramite per raccontare un progetto politico, una visione, bisogna fare politica e usare la comunicazione per diffondere. Fare il contrario non va bene.
Lorenzo, sei d’accordo con Nicola quando dice che non bisogna confondere il mezzo con il contenuto, che la comunicazione serve per comunicare la politica?
Nicola ha ragione: la comunicazione viene dopo la politica ma è poi vero che la politica è anche costruita da ciò che si comunica e come. La politica è fondamentalmente relazione con gli altri e quindi non va sottovalutato il valore cruciale della comunicazione, che non è solo marketing politico. Applicando questo, riguardo ai 5 Stelle, ciò che dovrebbe cambiare non è tanto la comunicazione quanto la politica: come dice spesso Antonio Palmieri, esperto di comunicazione politica, “…la realtà viene sempre prima della comunicazione….”. Dunque il problema dei 5 Stelle è sul livello della realtà ovvero che cosa sono oggi, per che cosa si battono, che idea hanno del Paese. Se nel 2018 si poteva avere un’idea di risposta, quando presero più del 30% dei voti, oggi trovare una risposta è più faticoso perché un movimento nato per essere altro dal sistema è diventato sistema e “governo”, è diventato alleato di chi rappresentava “il male assoluto”: il loro problema, quindi, è di realtà politica. Speriamo che chi succederà a Di Maio possa chiarire questa realtà.

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