News

Contact tracing: la salute a scapito della privacy? No, se…

di Silvia Sitari

Tra le tante questioni che sono emerse, e che dovremo affrontare anche nella fase 2 di questa pandemia, c’è senz’altro quella legata all’utilizzo dei dati legati alla mobilità delle persone ovvero del contact tracing. L’utilizzo di questi dati si è rivelato molto efficace per il contenimento della diffusione del coronavirus a Singapore, in Cina e Corea del Sud. Certo, specialmente nel caso dei primi due paesi, non possiamo dire che questi seguano leggi e norme affini a quelle delle nostre democrazie occidentali specialmente in tema di protezione della privacy ma, nonostante questo, c’è stata una parte dell’opinione pubblica nostrana che, specialmente sui social, ha reclamato l’adozione di quelle stesse regole pur di contenere l’epidemia. Tra le tante iniziative intraprese da imprese, grandi e piccole, per dare supporto alla risoluzione dell’epidemia, sono venuti fuori due studi – tramite i quali è possibile sapere come si spostano le persone al tempo del coronavirus – che fanno parte del progetto più ampio denominato “Data for good” , il quale prevede la condivisione dei dati raccolti con università e centri di ricerca selezionati: per l’Italia sono state scelte l’Università di Pavia, con il team del professor Stefano Denicolai e la Ca’ Foscari di Venezia, con il suo Laboratory of Data Science and Complexity – DSCLab, coordinato dal professor Walter Quattrociocchi; entrambi fanno parte della task force tecnologica nominata dal governo per questa emergenza.
Entrando nel dettaglio ci sembra giusto spiegare, intanto, cosa sia effettivamente il contact tracing: un sistema che serve a tracciare con chi ognuno di noi viene a contatto. Questo potrebbe tornare utile, nell’attuale epidemia, nel caso in cui una persona sia stata riscontrata positiva al Coronavirus, così da ricostruirne tutte le sue interazioni. Ricordiamo però che l’eventuale positività al virus avviene solo dopo analisi del sangue e tampone.

Torniamo ai due studi: il primo, pensato da Google principalmente per emergenze relative alla sanità pubblica, ha fornito una prima quantità di informazioni, generali, sullo spostamento degli italiani, regione per regione, durante il lockdown, attraverso la funzione “Cronologia delle posizioni” legata a Maps: naturalmente questo è stato possibile solo quando era attiva tale funzione.

Del secondo, pensato da Facebook per “…aiutare esperti e autorità con modi innovativi…”, abbiamo chiesto direttamente al Coordinatore del DSCLab della Ca’ Foscari di Venenzia, Walter Quattrociocchi che con il suo team sta tutt’ora lavorando all’elaborazione dei dati dello studio.

Walter Quattrociocchi

Professore ci può spiegare in modo semplice questo progetto di Facebook?

Questo è un progetto che Facebook porta avanti per la gestione delle crisi originate dalle catastrofi naturali, lo ha affinato nel programma “Data for good”, per mettere a disposizione dei ricercatori indipendenti dell’Accademia, dunque non a enti governativi, dei dati attraverso i quali si cerca di dare determinate risposte per supportare vari contesti di emergenza. In questo specifico frangente, i dati messi a disposizione da Facebook relativamente alla mobilità, forniti in maniera aggregata e assolutamente anonima, possono dire come si spostano le persone nel tempo e, eventualmente, supportare l’analisi della diffusione della pandemia o degli effetti del lockdown. Questo è il fine che sta alla base di questa iniziativa.

 

In cosa si differenzia questo studio rispetto a quello fornito da Google?

I dati di Facebook sono senz’altro più raffinati e più fruibili perché sono più corposi e contengono molti più aspetti che possiamo prendere in considerazione rispetto a quelli di Google. La matrice è la stessa ma i dati sono più completi.

Questi dati destinati, lo precisiamo, al mondo accademico, sono incrociabili?

Non è necessario incrociarli perché non è lo spostamento a poter dire quanti contagi ci sono stati; è invece un indicatore per raccontare come è cambiata la mobilità per effetto delle disposizioni ministeriali o per il lockdown: ci aiuta a capire cosa sta succedendo in un modo meno approssimativo, ecco. Ad ogni modo, desidero precisare che tirare fuori qualcosa di molto significativo da questa grande mole di dati è un lavoro articolato e complesso e che quello che otteniamo è molto meno di quanto si possa pensare.

Può dirci un po’ nel dettaglio come sono raccolti questi dati?

L’Italia viene suddivisa in celle, quadratini da 500metri di lato, che ogni otto ore vengono sondate per capire chi sta passando in quella cella, attraverso i cellulari sui quali è installato Facebook con la geolocalizzazione attiva. Gli orari di rilevamento sono le 8 del mattino, le 4 del pomeriggio e la mezzanotte. Così noi riusciamo a sapere quante persone sono transitate in ogni cella; abbiamo il numero delle persone che a quell’ora sono passate in quella determinata cella ma non sappiamo chi sono, cosa hanno fatto o chi hanno visto, non sono linkati ad un ID. Facebook ha saputo trovare dei buoni compromessi per darci questi dati nel rispetto delle nostre norme sulla privacy. E anche Google si è mossa molto bene per salvaguardare la privacy degli utenti.

Qual è l’obiettivo di ricerca che questo dipartimento della Ca’ Foscari spera di raggiungere?

Quello che stiamo cercando di fare noi, dopo aver avuto accesso a questi dati, che stiamo analizzando con molta attenzione e costanza per “estrarre un po’ di conoscenza”, è cercare di capire gli effetti del lockdown sulla mobilità degli italiani collegandolo a qualche indicatore econometrico. Ma non è cosa semplice. Stiamo cercando anche di capire come utilizzarli accoppiati ad altri ulteriori dati poiché è l’accoppiamento di più fonti di dati che permette di estrarre conoscenza. Stiamo lavorando senza sosta e speriamo presto di poter dare qualche risultato.

 

Dopo le parole del professor Quattrociocchi ci sentiamo senz’altro più rassicurati riguardo ai rispettivi studi del motore di ricerca più diffuso al mondo e al social media altrettanto “potente”, e all’attenzione alla nostra privacy che entrambi hanno avuto. Certo è che dopo la diffusione di questi studi ci sono state: l’ammonimento del Garante Europeo della protezione dei dati – GEPD, Wojciech Wiewiórowski, che pensando alle democrazie più deboli di alcuni paesi UE ha sottolineato“…..spero che le autorità per la protezione dei dati siano coinvolte in ogni singolo passaggio per assicurare che queste misure siano temporanee e prese solo per questo scopo. Devono durare solo il tempo necessario e fino alla fine della crisi…”, come riportato da ANSA qualche giorno fa ; il suggerimento del nostro Garante per la Protezione dei dati personali, Antonello Soro, che “…il tracciamento deve seguire determinati criteri….” ; la determinazione del Ministro dell’Innovazione, Paola Pisano che, in un’audizione in Commissione Trasporti della Camera meno di una settimana fa, ha detto che una volta raggiunta la finalità perseguita“….tutti i dati ovunque e in qualunque forma conservati, con l’eccezione di dati aggregati e pienamente anonimi a fini di ricerca o statistici, dovranno essere cancellati“.

Dopo tutto questo, aggiunge chi scrive, dobbiamo esercitare anche noi “abitanti dei social” un controllo attento affinché questi buoni propositi sui nostri dati vengano applicati, anche con un’emergenza come questa. Soprattutto con un’emergenza, perché è vero che di privacy ne abbiamo poca ormai da tempo, ma… proprio per questo abbiamo costituito un’Autority, e norme, per proteggerla.

Vuoi saperne di più?

Possiamo aiutare il tuo brand a comunicare le storie più rilevanti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post comment