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I comunicatori italiani hanno un problema di fiducia con la gente comune

di Pier Luca Santoro

Fiducia nelle pubbliche relazioni, sfida della trasparenza, intelligenza artificiale nelle comunicazioni, creazione e distribuzione di contenuti. Sono gli argomenti al centro del sondaggio 2019 dell’European Communication Monitor, il più grande studio sulla comunicazione strategica a livello mondiale. È stato condotto annualmente dal 2007. Si basa sulle risposte di 2.689 professionisti della comunicazione in 46 Paesi. Analisi dettagliate sono disponibili per 22 Paesi, Italia inclusa, e diversi tipi di organizzazioni (aziende, organizzazioni non profit, enti governativi, agenzie).

Le aree investigate dall’indagine sono relative alle sfide da affrontare, e vincere, per i comunicatori, con particolare riferimento alla fiducia, ai problemi strategici della professione, l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla professione, e la produzione e distribuzione dei contenuti. Un’analisi a tutto campo che dice molto sul futuro prossimo del difficile mestiere del comunicatore.

  • Fiducia: i comunicatori ritengono che la loro professione sia considerata affidabile solo dai due terzi dei top executive (67%) e da una minoranza di influencer e blogger (47%), giornalisti (39%) e gente comune (27%) – ma una vasta maggioranza si sente invece supportata positivamente dai propri colleghi, dai capi e dai clienti interni, nonché dai loro stakeholder e dal pubblico esterno in generale. Per quanto riguarda specificatamente l’Italia, i comunicatori pensano di avere la fiducia del 66.1% dei top executive, del 53.45 degli influencer/blogger, del 44.2% dei giornalisti, e solamente del 24.75 del pubblico delle persone in generale. I comunicatori, nel nostro Paese, ma anche in generale, avvertono nettamente un problema di fiducia da parte delle persone comuni.
  • Trasparenza: gli intervistati trovano più difficile comunicare in modo trasparente sulla posizione politica del proprio gruppo dirigente (il 41% pensa che sia difficile) e sui processi interni e sui flussi di lavoro (35%). Sono coloro che lavorano nelle organizzazioni del Sud Europa ad avvertire maggiormente il problema, con l’Italia a 2.65 punti (su una scala da zero – minimo – a cinque – massimo –) davanti solamente a Portogallo, Slovenia, Croazia, e Turchia. Nel nostro Paese particolare criticità è avvertita per la governance e la cultura organizzativa aziendale.
  • Intelligenza artificiale: tre quarti degli intervistati (77%) pensano che l’intelligenza artificiale cambierà la professione di comunicatore nel suo complesso – ma il 56% afferma che è difficile mettere in sicurezza le competenze degli operatori della comunicazione necessari per introdurre l’intelligenza artificiale, seguito dal 54% che crede che tecnologia dell’informazione, budget o struttura organizzativa siano ostacoli importanti. Ancora una volta l’Italia si colloca nella parte bassa della classifica con solamente l’11.9% dei comunicatori che afferma di avere buona/sufficiente competenza in quest’area.
  • Creazione e distribuzione di contenuti: il 77% dei professionisti conferma la crescente importanza degli shared media negli ultimi tre anni, mentre i contenuti sponsorizzati dei social media vengono utilizzati da ogni dipartimento aziendale legato alla comunicazione e dalle agenzie di comunicazione (53%). Valori che per quanto riguarda il nostro Paese si attestano al 67.9% per gli shared media, al 53.6% per gli earned media, al 51.6% per gli owned media, e al 38.1% per i paid media, che anche a livello globale registrano il tasso minore di interesse da parte dei comunicatori di tutta Europa. Personalizzazione e autenticità il focus principale.

 

Insomma, probabilmente i comunicatori sono in una fase di crisi in termini di autostima, ma hanno ben chiari i limiti di una cultura organizzativa aziendale che inficia fortemente la bontà del loro lavoro, e le sfide da cogliere.

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